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Nota: se siamo interessati al pagerank come a uno strumento/sintomo per valutare le possibilità di indicizzazione e posizionamento di un sito, dobbiamo ricordarci che questa è solo una variabile su decine se non centinaia che concorrono a creare l’algoritmo di Google e quindi non può essere considerata assolutamente prioritaria. Io stesso ho verificato che siti che hanno pagine con PR (pagerank) = 0 possono contare parecchie migliaia di utenti unici al mese, mentre siti che hanno pagine con PR=6 solo alcune decine.

Il pagerank, come abbiamo detto, rappresenta dunque il ‘valore’ (o meglio, uno dei valori) di un sito secondo Google (quindi non ha nulla a che fare con gli altri motori di ricerca). Questo valore può andare da un minimo di 0 (tipico dei siti appena pubblicati) a un massimo di 10 (tipico dei siti di rilevanza internazionale e popolarissimi, come lo stesso Google.com o Yahoo.com). Raggiungere un PR=10 è altamente improbabile (de facto, impossibile) per siti che non siano big corporation con decine di milioni di unique user al mese. Basti pensare che Google.it non raggiunge PR 10 ma ‘solo’ 9 e – a volte 8,. Il pagerank è un dato pubblico (per lo meno, in una delle sue versioni, come vedremo in seguito…) ed è accessibile a tutti scaricando una toolbar che è pubblicizzata sulla home page di tutte le versioni di Google. Per l’Italia, la Google Toolbar è disponibile al seguente indirizzo: http://toolbar.google.com/intl/it/.

Una volta installata la Google Toolbar, è possibile visualizzare il pagerank di una pagina web semplicemente navigando. Dopo pochi istanti dall’apertura di una pagina, la toolbar caricherà il ‘valore’ di pagerank relativo al sito che si sta visualizzando. Graficamente, il pagerank si visualizza come una barra che può essere di colore grigio (nel caso in cui il sito sia stato bannato dagli indici di Google), completamente bianca (nel caso in cui il PR=0) e con diverse quantità di verde nel caso in cui il pagerank sia superiore a 0. Nel caso in cui il pagerank sia uguale a 10, la barra sarà interamente di colore verde.

Per chhi non desideri installare la Google Toolbar o per chi utilizzi un browser o un sistema operativo che non la supportano, consigliamo di collegarsi all’indirizzo: www.pagerank.net, in cui è sufficiente inserire l’url di interesse e visualizzarne il relativo pagerank dopo pochi istanti.

La tipica domanda di chi si avvicina per la prima volta al tema del pagerank è: da che cosa è determinato? Il pagerank è determinato principalmente dai link in entrata del sito in oggetto (detti anche “backlink” o “inbound link”). Questi link in entrata sono ‘valutati’ da Google nel loro numero (quantità) e nella loro autorevolezza (qualità). Tendenzialmente, quanto più un sito è linkato, tanto meglio è; ma è anche vero che 100 link ‘scadenti’ (e poi vedremo quali sono) non valgono un link valore.

Abbiamo detto che non tutti i link hanno lo stesso peso; ma che cosa ne determina il peso? I fattori, come sempre quando parliamo di algoritmi di motori di ricerca, sono molteplici.

1) pagerank del sito linkante
2) diluizione del pagerank proporzionato ai link in uscita (outbound link) dal sito linkante
3) attinenza dei contenuti del sito linkante con i contenuti del sito linkato
4) nome del link

Il primo punto è chiaramente di grande importanza; un inbound link di un sito acquista importanza in ragione del pagerank della pagina da cui proviene; se il sito linkante ha PR=0, possiamo stare certi che non avrà alcun influsso positivo sul posizionamento del sito linkato; se invece il sito ha un pagerank alto, è probabile che il suo influsso sarà importante; diciamo “probabile” semplicemente perché il pagerank di un sito può essere ‘diluito’ dalla contemporanea presenza di altri link in uscita.

Per semplificare le cose, potremmo dire che una pagina a PR=5 che conta 5 link in uscita (da non confondere con gli internal links) distribuisce per ogni link il valore di 5/5, quindi di 1. L’esempio non è molto corretto perché potrebbe sembrare che essere linkati da un sito che ha PR=1 e un solo link in uscita sia la stessa cosa che essere linkati a una pagina a PR=5 e 5 link in uscita. Non è affatto così; una pagina a PR=1 è completamente ininfluente, mentre una pagina a PR=5 (anche se conta decine di link) dà un grosso contributo al miglioramento del pagerank della pagina linkata. Il motivo è semplice, la divisione che abbiamo succitato non è corretta; serve solo a dare un’idea; nessuno sa infatti con certezza quale sia il rapporto fra link in uscita e PR di una pagina (per quanto riguarda la diluizione).

Finora abbiamo fatto un discorso semplicemente ‘quantitativo’; ma il valore di un link è anche qualitativo; se chiedete a qualsiasi SEO di una certa esperienza se un link da una pagina con PR=5 (e – poniamo – lo stesso numero di inbound link) con un un contenuto attinente col sito linkato sia equivalente a un link da una pagina dello stesso pagerank, ma di contenuto differente, probabilmente vi dirà che non è così; vi dirà che un link da una pagina da un sito ‘attinente’ o ‘correlato’ ha molto più valore (a parità degli altri parametri

Facciamo un esempio: poniamo di gestire un sito di abbigliamento e poniamo che un sito ci linki da una pagina, con il nome “cravatte in seta”; il nostro sito sarà avvantaggiato nel posizionamento quando qualcuno cercherà “cravatte in seta” o “cravatte”, ma non quando cercherà “accessori abbigliamento”, per quanto tutti sanno che le cravatte sono accessori di abbigliamento.

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, i motori di ricerca sono molto ‘conservatori’; in sostanza, anche se non intenzionalmente, hanno riproposto le logiche dell’economia e della società ‘off-line’. I motivi per cui possiamo fare quest’affermazione sono molti; uno di questi è l’ “aging” dei link; se il vostro sito è linkato da una pagina con PR=5, possiamo dire che non tutto il ‘potere’ di questo link è passato alla pagina linkata immediatamente; il link assume un valore sempre più grande quanto più passa il tempo. Questo è motivato da ragioni ‘interne’ e da ragioni ‘esterne’.
Fra le ragioni ‘interne’ c’è una considerazione facilmente condivisibile; alcuni link possono avere una vita di pochi giorni se non addirittura di poche ore; tipici sono i casi di news o di giornali online; in questi casi il link in uscita ha una vita breve e quindi è comprensibile che la loro ‘influenza’ sia minore di un link ‘strutturale’, che prevede un rapporto duraturo fra due siti . Ma c’è un altro motivo per cui il pagerank non ‘passa’ da una pagina all’altra immediatamente.

 Nell’ultimo anno si sono enormemente diffusi siti che ‘vendono’ e ‘comprano’ link; sarebbe più corretto dire che questi siti ‘affittano’ i link per conto terzi; questo ‘commercio’ ha sicuramente creato dei problemi al ‘cuore’ degli algoritmi di Google. I link in entrata sono sempre stati considerati positivamente perché non sono ‘controllabili’ dai webmaster e perché si è sempre pensato che nessuna pagina con un pagerank alto linkerebbe una pagina di bassa qualità. Ma che cosa accade quando è possibile comprare 100 link a PR=6 avendone la disponibilità economica? Ovviare a questo problema è ben difficile per Google.

Uno dei metodi che ha applicato recentemente (meno di un anno fa) è stata la creazione di un ‘sandbox’in sostanza, gli inbound link cominciano a provocare un effetto benefico per il sito linkato solo dopo mesi dalla loro attivazione.

Si dice – anche se non se ne hanno prove – che il periodo di permanenza in questo ‘limbo’ sia di circa sei mesi. Obiettivamente ci sono numerosi indizi che fanno pensare che i tempi non siano più brevi; di certo questo è un ostacolo anche per i siti che sono linkati ‘naturalmente’.

Prima di concludere questa lezione sul pagerank di Google, dobbiamo ricordare due cose (strettamente correlate). Il pagerank che si visualizza nella Google Toolbar non è mai quello ‘reale’, ovverosia quello che determina il posizionamento dei siti nelle SERPs. Si tratta in primo luogo di un pagerank approssimativo (arrotondato per difetto, dal momento che non vengono visualizzati i decimali) e – inoltre – si tratta di un pagerank non aggiornato; un pagerank ‘apparente’ = 0 può nascondere un pagerank reale uguale a 5. Nessuno – al di fuori di chi lavora in Google – può sapere qual è il pagerank reale di un sito; anche per questo non ha molto senso fare degli scambi link basandosi principalmente sul pagerank che appare sulla toolbar di Google.

Il funzionamento del Sand-Box è molto semplice; un sito che viene pubblicato oggi, con tanti link in entrata (inbound link), con una buona qualità di tali link (page rank dei siti linkanti), con tanto contenuto di testo, con gli URL contenenti keyword 'popolari' all'interno della pagina, ecc, insomma, un sito con tutte 'le carte in regola', non sarà posizionato per alcuni mesi.

 Questo filtro dovrebbe persuadere i webmaster ad evitare pratiche 'artificiali' perché a fronte, per esempio, dell'acquisto di vari link in entrata (e quindi a fronte di una spesa immediata) non vi sarebbero ritorni se non dopo mesi; pare che la durata della permanenza del sito nel Sand-Box possa variare da un mese a sei mesi; le variabili in gioco sono molte.

 Premesso che questo 'filtro' sembra si applichi solo a questi siti che sono stati pubblicati dopo il mese di marzo del 2004, possiamo dire che più il settore è competitivo, più le keyword sono popolari, più sarà lunga la permanenza nel Sand-Box. Diciamo che la durata media sembra essere di tre mesi, ma non è detto che essa non duri di più per alcune keyword (le più competitive).

A chi si chiedesse quali siano i modi per accelerare l’uscita da questa Sand-Box (posto che ci si sia entrati), possiamo consigliare alcune procedure: in primis, non pensarci e agire come se Google non esistesse affatto, continuare ad aggiungere contenuti alle pagine e soprattutto continuare ad aggiungere link in entrata, possibilmente nella maniera più 'naturale' possibile, ovverosia non dieci link in un giorno e tutti con lo stesso nome, ma dieci link in 40 giorni e tutti con nomi differenti.

Il SandBox, di fatto, posto che veramente esista e che sia applicato a tutti i nuovi siti che sono messi online, non è altro che un 'differimento', quindi l'unica arma che è possibile utilizzare è la pazienza; dalla SandBox si esce prima o poi e se, durante il periodo in cui il sito è stato tenuto in questo 'limbo', si è fatto di tutto per renderlo più appetibile e non ci si è scoraggiati, i risultati verranno, anche se non immediatamente e, quando verranno, saranno più duraturi.

C’è un altro fattore da valutare quando si cerca di attribuire un ‘valore’ a uno o più link in entrata. Se la compravendita di link è un fenomeno ‘dannoso’ per la ‘purezza’ degli algoritmi di Google, altrettanto può dirsi per il fenomeno dell’artificial linking, ovverosia della creazione e pubblicazione di siti che linkano a un ‘destination site’.

Questa pratica è molto diffusa, ma i SEO che la applicano si sono già resi conto che non è affatto efficace e per un semplice motivo: è difficile far sì che questi siti linkanti abbiano pagine con un pagerank superiore a 2 e questo per ovvi motivi; perché abbiano un pagerank superiore bisognerebbe farli linkare da siti esterni e quindi il problema si riverbera all’infinito in un circolo vizioso.

C’è però da dire che, al contrario di quello che si sentiva dire qualche tempo fa, non c’è rischio che questi link ‘artificiali’ danneggino il pagerank o comunque il posizionamento delle pagine linkate e questo per un semplice motivo; potrebbe accadere che un concorrente linki un sito con dei siti ‘artificiali’ solo per danneggiarlo. Per evitare questo, Google (e – presumibilmente – anche gli altri motori di ricerca) fa solo un calcolo ‘positivo’ dei link: un link ‘positivo’ aggiunge valore, un link ‘negativo’ non ne sottrae.

All'interno di questa strategia 'autocratica' di linkaggio ci possono essere due 'tattiche'; la prima quantitativa e la seconda qualitativa. Nell'ipotesi quantitativa, il SEO è interessato a creare un grande numero di siti che linkino al mother-site (o destination-site), non preoccupandosi del loro pagerank e del peso che essi stessi avranno nei motori di ricerca, ma puntando soltanto sul numero.

Questa tattica è sbagliata per due motivi principali:

1)      per prima cosa, 1.000 link da altrettanti siti che hanno page rank zero o inferiore di quattro non fanno di certo migliorare il page rank o il posizionamento del mother-site; questo perché i motori di ricerca (e Google per primo) valutano positivamente i 'voti' insiti negli inbound link solo se questi sono forniti da siti 'autorevoli' o che comunque abbiano un 'credito' sul motore di ricerca stesso; 1.000 link da siti con pagerank insignificanti, traffico insignificante e link popularity insignificante non servono assolutamente a nulla.

2)      Inoltre, accanto a questo problema, esiste la seria possibilità che il motore di ricerca individui questi link come 'artificiali'; i parametri non sono pubblici, ma possiamo affermare pacificamente che un buon motore di ricerca (e a questi sono interessati i SEO) è in grado di riconoscere la 'parentela' di un network di siti; i parametri possono essere:

1) il contenuto (simile anche se non identico)

2) la grafica
(simile anche se non identica)
3) il codice HTML
(spesso è proprio identico)
4) l'hosting
(stessa classe di IP)
5) il linking reciproco
6) il medesimo registrar
7) il medesimo proprietario


Chi infatti crea 1000 siti per linkare il proprio mother-site non può certo trovare diecimila siti che a loro volta linkino il network di siti, perché allora sarebbe stato molto più semplice sforzarsi di fare linkare direttamente il mother-site piuttosto che passare attraverso l'intermediazione del network; accade dunque che Google riconosca che il mother-site è linkato da 1.000 siti, ma assolo stesso tempo può verificare che questi 1.000 siti non sono linkati da siti esterni (al network stesso). In sostanza questo network diventa una spam-island (ecco il perché del titolo di questo articolo). A parte tutto, rimane poi il grosso problema di quali contenuti inserire nei siti di questo network.

 

La seconda tattica è qualitativa, ovverosia creare una decina di siti che abbiano un proprio contenuto e che possano avere un 'peso' per il motore di ricerca e quindi linkarli al mother-site.

Questa tattica è forse superiore alla precedente sia in efficacia sia in efficienza, ma come vedremo ora ha dei difetti difficilmente sormontabili.

Per creare anche solo dieci siti 'pesanti' bisogna fare dei notevoli sforzi: bisogna costruire dieci siti completamente diversi l'uno dall'altro (quindi una ipotetica industrializzazione che poteva essere utilizzata per la tattica precedente non può essere applicata), bisogna poi creare un contenuto originale e che sia sempre aggiornato e, infine, bisogna necessariamente trovare dei siti esterni al micro-network che linkino al network stesso. Il SEO che volesse quindi intraprendere questa strada si troverebbe di fronte al paradosso di dovere moltiplicare il lavoro originario (trovare siti che linkino il proprio sito) per dieci.

A seguito di questa breve analisi, possiamo dunque trarre abbastanza serenamente una facile conclusione: qualora si voglia puntare fortemente ad aumentare la visibilità del proprio sito web attraverso fattori off-page e primariamente attraverso reperimento di inbound link, è molto più conveniente concentrarsi sulla qualità del proprio sito, cercare di fornire materiale che 'invogli' siti terzi a linkarlo e stabilire quindi una strategia di linking con altri siti (che non siano quindi della medesima proprietà).

Costruirsi un'isola di linking (quantitativa o qualitativa) è dunque possibile e può portare anche alcuni risultati positivi; di fatto, l'utilizzo delle medesime energie (finanziarie e lavorative) finalizzata al miglioramento della visibilità di un solo sito (quello che veramente interessa) porterebbe a risultati decisamente più soddisfacenti.

Tratto: www.webmasterpoint.org


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